Il dittatore editoriale

Qualche tempo fa, parlando con il Foglio, un giornalista che ha lavorato per anni con Tina Brown ha detto: “Non tutti sarebbero felici di averla al comando di Newsweek. E’ un vero tiranno e, a modo suo, un’artista. E’ capace di alzarsi una mattina, mettere la testa sul giornale, decidere che non va e buttare tutto nel cestino. Per chi lavora con lei è molto stressante. Ma i risultati possono essere straordinariamente buoni, come ha già dimostrato nei suoi progetti precedenti”. Leggi Newsweek finisce in vendita, il sogno dei Graham all’asta - Leggi La vita è un po’ cara - Leggi Mai vendere la pelle di un giornale
11 AGO 20
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Qualche tempo fa, parlando con il Foglio, un giornalista che ha lavorato per anni con Tina Brown ha detto: “Non tutti sarebbero felici di averla al comando di Newsweek. E’ un vero tiranno e, a modo suo, un’artista. E’ capace di alzarsi una mattina, mettere la testa sul giornale, decidere che non va e buttare tutto nel cestino. Per chi lavora con lei è molto stressante. Ma i risultati possono essere straordinariamente buoni, come ha già dimostrato nei suoi progetti precedenti”. A quel punto ancora non era certo ciò che è stato confermato venerdì scorso, cioè che Tina Brown è il nuovo direttore di Newsweek e rimarrà anche alla guida del giornale online Daily Beast, fondato nel 2008. Percorso sperimentale, quello di Brown, che dalla rete ritorna alla carta, ma senza abbandonare l’anima digitale, unione di esseri complementari, ciascuno non abbastanza solido da aspirare all’autosufficienza, di questi tempi.

Portare Tina Brown alla direzione di un settimanale è come comprare Cristiano Ronaldo: magari rincoglionisce, gioca male, litiga con tutti, batte il record di birre medie in tutti i locali della città, ma intanto mezzo Giappone compra la sua nuova maglietta, e l’affare è fatto lo stesso. La differenza, semmai, è che Cristiano Ronaldo potrebbe giocare alla grande, andare a letto presto, arrivare agli allenamenti prima degli altri e andarsene dopo, diventare un modello per le famiglie, un’icona del mondo perbene, mentre Tina è stronza per definizione e la sua stronzaggine non prevede ipotesi di redenzione. E’ strutturale, certa, prevedibile come i monsoni e le occupazioni studentesche. Sarà anche per questo che un quarto della redazione ha cercato lavoro altrove non appena è iniziata a girare la voce che Tina fosse in cima alla shortlist per la direzione (anzi, come ha detto il proprietario di Newsweek, Sidney Harman, lei era “la prima, la seconda, la terza, la quarta e la quinta scelta”). Certo, il futuro dei 397 giornalisti di Newsweek era immerso nelle nebbie della “crisi dei media”, ma l’ipotesi che proprio lei fosse scelta per riportare in rotta il settimanale in caduta ha dato il colpo di grazia. Buon per lei, che non ama essere contraddetta; e buon per il giornale-sito-portale, che snellisce l’organico e mantiene soltanto i selezionati giornalisti che sono disposti a seguire in modo religioso i dettami della sacerdotessa workaholic.

Tina Brown ha fatto cose che voi giornalisti non potete immaginare. Ha fatto la reporter della strada, ha scritto raffinate column umoristiche, ha portato al successo planetario giornali che erano sull’orlo del fallimento, ha inventato prodotti editoriali nuovi, scritto un libro su Lady D che pochi nell’ambiente possono concedersi il lusso di non aver letto, ha reso i caporedattori più ostinati docili cagnolini che portano fra i denti il guinzaglio. Poi ha fatto una serie di altre cose che voi giornalisti potete immaginare tranquillamente: ha fatto i capricci a scuola, ha flirtato con mezza upper class intellettuale inglese, ha sposato il suo primo direttore – un Sir più vecchio di venticinque anni che ha lasciato la moglie all’uopo – ha ricambiato favori alle sue vecchie fiamme, si è apparecchiata uno spazio di perfetta inattaccabilità, si è insediata a New York, ha fatto pesare all’orbe terracqueo la sua infinita reputazione. Non ha mai coltivato l’arte dell’equidistanza e questo suo fare outspoken ha innalzato una cortina di ferro nel giornalismo, da una parte ci sono i suoi sostenitori (alcuni sono professionisti probi, altri sono ultrà, altri ancora una claque), dall’altra i suoi detrattori. Non ha lasciato una terza via fra l’amore e l’odio. Quando nel 1992 è stata nominata direttore di quello che più che un giornale è una patente di qualità intellettuale, il New Yorker, il vecchio reporter e saggista George Trow, che era in redazione da una trentina d’anni, se n’è andato attribuendole l’attività metaforica di “leccare il culo della celebrità”; pensava di aver vinto la gara dello snobismo sprezzante, Trow, e invece con la sua risposta ha vinto Tina: “La tua partenza mi distrugge, ma visto che non hai mai scritto nulla in vita tua sono distrutta soltanto in potenza”. La dimissionaria Jamaica Kincaid l’ha chiamata lo “Stalin sui tacchi”, definizione di cui l’artista-tiranno non può che andare orgogliosa. Se non un piano quinquennale, Stalin darà al nuovo prodotto editoriale almeno la stabilità, ed è già in qualche modo riuscita a trasformare le prime avvisaglie di una sconfitta in un trofeo da attribuire a nient’altro che alla sua magnanimità.

Dodici ore dopo la conferenza stampa per la presentazione di Tina, i giornalisti del sito internet di Newsweek hanno letto sul New York Times le dichiarazioni del loro nuovo direttore generale, Stephen Colvin: “Newsweek.com cesserà di esistere e i lettori saranno automaticamente reindirizzati al sito del Daily Beast”. Ci siamo, avranno pensato, il tempo delle purghe è arrivato, e si sono asserragliati su Tumblr – portale che sembra fatto apposta per organizzare sit-in di protesta – e lì hanno lanciato la petizione “Save Newsweek.com”, con toni da guerra del pane: “Mentre i capi dell’edizione cartacea prendevano l’auto blu per andare dalla casa all’ufficio (e in molti posti lungo il tragitto che, almeno in un caso, era da Washington a New York), questa era una redazione che dormiva su divani sudici mentre faceva reportage dalla strada, tagliando i suoi stessi fondi pur di fare buoni prodotti giornalistici”. Migliaia di persone si sono mobilitate in rete, linkando, riproducendo, riportando l’appello del manipolo di giornalisti del sito di Newsweek, che peraltro con il suo settore dedicato all’educazione ha portato soldi nelle casse dell’azienda e quindi non sarebbe da elencare negli asset tossici. Ovviamente l’idea di usare il Daily Beast come spalla digitale di Newsweek era di Tina, intimorita dalla prospettiva che un brand storico come quello del magazine potesse schiacciare in un attimo l’effervescente e adolescente sito ideato da lei e finanziato da Barry Diller; quando ha visto il montare della protesta, Tina ha fatto una piroetta via Twitter: “Woah! I magnifici contenuti di Newsweek.com continueranno a vivere sotto la sua bandiera, allo stesso indirizzo. Non chiudere, combinare!”. Una perfetta presentazione da eroe patrio, anche se dirottare i cinque milioni di visitatori unici alla settimana sul Daily Beast – che fa meno della metà delle visite – avrebbe comportato la santificazione della sua idea, passaggio necessario nell’immaginario del dittatore editoriale. Tina non si accontenta di avere successo. La sua legge prevede di vincere la gara con la macchina più lenta, in modo che emerga senza alcun dubbio possibile che i meriti sono esclusivamente da attribuire al pilota.

Mettersi alla guida di Newsweek
in crisi è quanto di più browniano si possa immaginare. Venerdì scorso, all’incoronazione ufficiale davanti alla redazione riunita, Tina ha indossato la maschera dell’agnello innocente, e seduta accanto a un raggiante Sidney Harman ha parlato umilmente dell’incarico di direttore di una “testata leggendaria” che si unirà – prima volta nella storia – a un prodotto nato esclusivamente sul Web. Le due aziende non rimarranno separate, ma tutti i redattori “lavoreranno per entrambi i progetti”, secondo un meccanismo di “cross-pollination” molto inviso alla vecchia guardia di Newsweek, che per fortuna di Brown ha già preso il largo. La diarchia composta da Fareed Zakaria, direttore dell’edizione internazionale e Jon Meacham, direttore della testata, si è dispersa immediatamente dopo l’annuncio della vendita al magnate degli stereo; uno è passato al concorrente Time con un contratto milionario da columnist, l’altro conduce un programma sul network Pbs e l’anno prossimo verrà nominato vicepresidente esecutivo della casa editrice Random House. Per il principio dei galli nel pollaio sarebbe stato impossibile far convivere tutte e tre le personalità sotto lo stesso tetto. Quando Sidney Harman, marito di Jane, deputata democratica della California, ha comprato la baracca di Newsweek e tutti i suoi debiti per un dollaro, lo scenario appariva tragico: quaranta milioni di dollari di buco, lettori ridotti a un milione e mezzo in giro per il mondo, dopo che il magazine era stato per anni a più del doppio delle vendite, redazioni sul piede di guerra, sfiducia diffusa. Era la fine della mitica dinastia dei Graham, proprietari della Washington Post Co. e l’inizio di una stagione nebulosa che non poteva che avviarsi verso un fallimento giornalistico. L’alternativa, secondo alcuni – tipo Vittorio Zucconi su Repubblica – era l’appiattimento del grande mastino dell’informazione verso il genere depliant informativo dell’attività parlamentare di Jane con corredo di pubblicità patinate degli altoparlanti Harman/Kardon. In realtà, pur impantanato nella media dell’industria giornalistica, Newsweek ha mantenuto un carnet di talenti ancora spendibili: un pacchetto di seconde linee esperte senza la patina da star, una reputazione di ferro e una quantità di debiti in assoluto ingente ma niente di impressionante rispetto ad altri giganti che sopravvivono a stento ed esercitano l’arte della nonchalance. Mancava un timoniere esperto e Harman ha scelto Tina; meglio: Harman non ha potuto che scegliere Tina, unica garanzia di successo in un settore impossibile da governare. La legge di Brown ha trionfato in tutti i campi, dalla carta patinata alla pubblicazione radical chic, fino allo sbarco in Rete, senza ammettere possibilità di sconfitta. Tina Brown è la dimostrazione vivente di una verità che è impopolare ammettere: la dittatura editoriale funziona. Dove le idee che irrorano il giornale discendono da un’unica mente, il prodotto è di alta qualità e vince sul mercato; la conditio sine qua non, naturalmente, è che la mente sia illuminata, visionaria, inflessibile nel far rispettare le sue leggi e abbastanza seducente da indurre nei sottosposti un senso di immedesimazione. Tina Brown ha portato questi concetti alle loro estreme conseguenze e ha varcato irreversibilmente un confine: le testate dirette da lei non solo hanno successo perché lei è estremamente capace, ma perché sono dirette da lei, mentre la questione delle reali capacità di Tina Brown ha smesso di essere oggetto di discussione negli anni Novanta. Per questo Newsweek avrà successo, nonostante i venti contrari e l’inizio burrascoso.

Come in tutti i matrimoni durevoli,
sono volati piatti prima ancora di cominciare. Harman ha pensato da subito di coinvolgere Tina nel progetto e assieme a Barry Diller si sono seduti per parlarne. Sembrava fatta, ma a un certo punto lo scontro fra personalità ha fatto naufragare la trattativa; troppe le rivalità fra i vecchi milionari, troppe le pretese di Tina, che non ammetteva altra soluzione che diventare la regina di entrambi i regni. Il 18 ottobre l’ipotesi è sfumata e Sidney Harman si è messo a guardare altrove. Ma dove? Da nessuna parte. Non c’era nessuno in grado di prendere in mano il magazine. Il mercato è pieno di giornalisti esperti e talentuosi, pluripremiati Pulitzer che farebbero carte false per dirigere Newsweek, e la stessa redazione del settimanale abbonda di eccellenti figure professionali che non hanno abbandonato la nave assieme a Zakaria e Meacham. Ma dei buoni giocatori Harman non se ne faceva nulla, serviva il fuoriclasse, il genio assoluto, l’autocrate illuminato che avrebbe reso fertile la terra sterile e avviato il regno in decadenza verso una nuova età dell’oro. C’erano alternative a Tina Brown, quella che riuscirebbe a vendere il bollettino parrocchiale ai satanisti? Harman ha ripreso il telefono e ha chiamato Diller. “Quante volte tu e tua moglie alzate le braccia e dite ‘non ti parlerò mai più’ e ve ne andate di casa sbattendo la porta? Abbiamo avuto delle incomprensioni durante le trattative, spesso indotte dal linguaggio stucchevole degli avvocati, ma poi siamo tornati indietro e abbiamo capito che era meglio per tutti”, ha spiegato Harman. “Gli accordi prematrimoniali sono stati molto complicati”, ha detto Tina, con lo sguardo ammiccante da cerbiatta cinquantenne, lo sguardo della sfida.

Nella carriera il dittatore editoriale ha affinato l’arte della resurrezione di giornali dati per morti: aveva venticinque anni quando le hanno affidato la direzione del moribondo magazine Tatler, il primo che sotto l’egida di Tina si è occupato in maniere estesa – fino alla monomania – della vita di Lady Diana; Tina allora era una giovane reporter e columnist che si era guadagnata un po’ di fama scrivendo per il Sunday Times, allora diretto da Sir Harold Evans. Lei era alla guida di Tatler quando i due si sono sposati e lei è diventata orgogliosamente Lady Evans. Le vendite di Tatler sono passate da diecimila a quarantamila copie grazie all’iniezione di scrittori capaci che Tina si era portata dietro dai circoli intellettuali in cui era stata introdotta da qualche tempo. Per lei scriveva anche l’ex amante Auberon Waugh, figlio di Evelyn, ed è curioso che dopo i fasti di una carriera Tina abbia voluto evocare il mitico romanzo “Scoop” degli anni Trenta, scegliendo Daily Beast come nome della testata. Dopo Tatler è arrivata come un fulmine la seconda vita di Vanity Fair, resuscitato nel 1982 dopo venticinque anni di silenzio; Tina doveva essere soltanto un adviser informale della direzione, ma il tentativo stava fallendo miseramente: il mensile vendeva 200 mila copie e dodici pagine di pubblicità e l’editore decise di tentare il colpo estremo di affidare a Tina il timone. Lei ha messo a ferro e fuoco la redazione, buttando fuori copertine che ora sono incorniciate nei corridoi delle redazioni di mezzo mondo. Demi Moore nuda e incinta nel 1991 è il precursore di un genere iconografico, mentre Nancy e Ronald Reagan che ballano alla Casa Bianca è il tocco da insider politica. Lady D è l’ossessione di sempre. Durante la guerra del Golfo ha deciso all’ultimo momento di mettere in copertina Cher al posto di Marla Maples, perché “vista la crisi del Golfo ho pensato che una mora fosse più appropriata”. Diciannove anni dopo, sulla copertina del numero di dicembre di Vanity Fair, c’è ancora Cher. Da Vanity Fair al New Yorker il passo non poteva essere più lungo. Va bene, hanno detto molti, le copertine patinate le sa vendere, ma come la mettiamo con i saggi, le storie cervellotiche, i racconti radical chic? Sapeva fare anche quelli. Nel New Yorker ha travasato la sua confidenza con la classe intellettuale fra Londra e New York – una delle sue vecchie fiamme è lo scrittore figlio di scrittore Martin Amis. Diverso genere ma stesso copione: grandi scrittori a corte, alta qualità, nuove idee in circolazione, vendite in ascesa costante. Quello che è successo, in formato digitale, anche al Daily Beast. Quello che lei spera succeda anche a Newsweek-Daily Beast, primo ibrido della storia editoriale, ultima campagna per un dittatore che ancora non ha conosciuto la sconfitta.